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Massimo Coppola patteggia per il ‘Sistema Sorrento’: 5 anni di reclusione e restituzione di 205mila euro di tangenti. Decisione del giudice attesa il 14 luglio

Una costa da cartolina, una città che vive di lavoro stagionale e di abitudini minute. Poi un’inchiesta che scardina equilibri, mette nomi e cifre sulle ombre. Oggi un bivio: un accordo sul tavolo, una somma da restituire, una pena già scritta. Ma l’ultima parola spetta al giudice. Il 14 luglio capiremo se questa pagina si chiude o resta a metà.

La chiamano da mesi “Sistema Sorrento”. Un mosaico di appalti, favori, firme, pressioni. Sullo sfondo la vita di tutti. Le mense scolastiche, gli affidamenti, le associazioni locali. Non cronache remote, ma scelte che toccano il piatto dei bambini e il bilancio delle famiglie.

Secondo le carte, la Procura di Torre Annunziata ha messo in fila capi d’accusa pesanti: dieci imputazioni per corruzione, tre per turbativa d’asta, due per induzione indebita. In mezzo, gli appalti della refezione scolastica legati alla cooperativa Prisma. E un episodio di peculato che riguarda fondi sottratti all’associazione La Fenice. Sono contestazioni precise, numerate. Non tutti i dettagli sono pubblici. Quelli noti raccontano un perimetro chiaro: denaro, favori, controllo delle gare.

La città intanto trattiene il fiato. Chi lavora nelle scuole ricorda i bandi, le lamentele, i menù cambiati all’ultimo. I genitori fanno i conti: un servizio funziona o non funziona, e questo fa la differenza.

E proprio qui arriva la svolta. La difesa di Massimo Coppola e la Procura hanno trovato un’intesa per il patteggiamento. Al centro dell’accordo ci sono cinque anni di reclusione e la restituzione di 205.866 euro in quanto considerate tangenti. È una scelta che evita il dibattimento pieno e riduce i tempi. Ma non è un lasciapassare: serve l’ok del giudice, atteso il 14 luglio.

Che cosa significa patteggiare

In Italia il patteggiamento è un accordo sulla pena tra accusa e difesa. Il giudice lo valuta e può respingerlo se non lo ritiene adeguato. Se lo accoglie, diventa sentenza. In questo caso, l’imputato rinuncia al processo ordinario e accetta una condanna definita, spesso accompagnata da restituzioni o confische. È una strada che molti scelgono quando il quadro probatorio è consistente o quando si punta a chiudere i conti in tempi rapidi.

Gli snodi dell’inchiesta

Gli snodi noti ruotano attorno a gare e affidamenti. La turbativa d’asta riguarda la manipolazione delle procedure di gara. L’induzione indebita chiama in causa pressioni su funzionari o imprenditori per ottenere vantaggi. Il peculato è la distrazione di fondi pubblici: qui entra in scena la vicenda de “La Fenice”. Non abbiamo, ad oggi, un quadro completo di ogni passaggio contrattuale. Ma l’impianto accusatorio elenca episodi, importi, periodi. L’accordo sulla pena e sulla restituzione del denaro è un segnale: riportare risorse nella disponibilità pubblica e cristallizzare una responsabilità penale senza arrivare alla sentenza dopo anni.

C’è anche la dimensione umana, inevitabile. Chi abita a Sorrento vede in questa storia il volto doppio del potere locale: la prossimità che semplifica e lo scambio che devia. Una mensa che migliora o peggiora dice molto più di una delibera. E quei 205.866 euro hanno il peso di molte piccole cose rimaste indietro.

Ora tocca al tribunale. Il 14 luglio non è una data da calendario, ma un tornante. Se il giudice convalida, la vicenda entra in un altro tempo. Se no, si riaprono le aule e si ricomincia. Nel frattempo, resta una domanda semplice: che cosa pretendiamo, come cittadini, quando parliamo di servizi pubblici? Forse tutto parte da qui, dal modo in cui guardiamo un bando, un piatto caldo, una firma sotto un contratto. E da quanto siamo disposti a far valere quella firma, ogni giorno.

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