Sui banchi del liceo classico, l’alba porta dizionari, borracce e un nome che divide: Quintiliano. Nella mattina della Maturità 2026, tra sospiri e chat di classe, spunta la voce di Luciano Canfora. Il professore alza il volume del dibattito e chiede alla scuola di scegliere meglio. Da qui parte una domanda semplice: cosa vogliamo far tradurre ai diciottenni quando li mettiamo davanti a un testo latino?
“Quintiliano è uno degli autori più noiosi che potessero capitare,” dice senza giri di parole Luciano Canfora. La frase rimbalza veloce, perché tocca un nervo scoperto. Al liceo classico, la seconda prova non è solo un esercizio: è un segnale culturale. E oggi il segnale è arrivato da Quintiliano, il maestro di retorica che nell’antica Roma formava oratori e, insieme, coscienze civiche.
C’è chi, appena legge “Quintiliano”, sente l’odore dei manuali: periodi lunghi, tono normativo, esempi su come parlare bene e persuadere. Non è un romanzo, certo. Non è Tacito che inchioda i potenti, né Livio che costruisce mito e memoria. Qui il latino suona come istruzione, non come racconto. È proprio questo, per molti, il primo scoglio emotivo.
Eppure, il profilo dell’autore è granitico. Marco Fabio Quintiliano, attivo nel I secolo d.C., dirige la prima cattedra pubblica di retorica a Roma e consegna ai secoli l’“Institutio oratoria”, dodici libri sulla formazione dell’oratore. Dentro ci sono psicologia dell’apprendimento, pratica della lingua, etica professionale: il celebre “vir bonus dicendi peritus”, l’uomo giusto capace di dire bene. Un’idea che, ancora oggi, parla di responsabilità.
La scelta può avere una logica didattica. Un brano di Quintiliano misura tre competenze insieme: lessico tecnico, sintassi ipotattica, comprensione argomentativa. Chi studia latino lo sa: nelle sue pagine si rincorrono subordinate, definizioni, esempi costruiti come matrioske. Tradurre significa restituire ordine, scovare nessi, far emergere la tesi. È un terreno solido per valutare metodo, non solo memoria.
Al tempo stesso, la prova chiede anche una scintilla. Gli studenti ricordano meglio ciò che li trascina dentro un mondo. Uno storico, con la sua scena, dà appigli: personaggi, conflitti, tempo che scorre. Quintiliano, invece, parla “di” qualcosa più che “di qualcuno”: regole, scelte, prove d’aula. Per chi è sotto pressione, il rischio è sentirlo come un muro.
Qui entra la critica di Canfora, filologo e storico abituato a maneggiare testi e contesti. Sostiene che un autore “narrativo” avrebbe fatto meglio il suo mestiere: tenere sveglia la classe, provocare giudizi, costringere a confrontarsi con i fatti. In effetti, la storiografia romana offre strati di senso immediati: lo sguardo severo di Tacito, il ritmo essenziale di Sallustio, la macchina esemplare di Livio. Tradurre lì significa anche discutere di potere, propaganda, memoria pubblica. Materia viva.
La domanda vera, allora, non è se Quintiliano sia “noioso”. È se, in un esame che dovrebbe parlare a un Paese intero, convenga chiedere l’ascesa per la parete più liscia o per quella con qualche appiglio in più. E se l’esame di Stato debba premiare soprattutto la tenuta tecnica, o anche la capacità di accendere una curiosità che duri dopo l’ultima campanella.
Resta un fatto: Quintiliano non è un passaggio a vuoto. È una lente severa sulla lingua e sulla responsabilità di chi parla. Forse oggi chiede uno sforzo maggiore per essere “sentito”. Ma la scuola serve anche a questo: a fare spazio dove il tempo stringe. Alla fine, tra un periodo che si allunga e una resa in italiano che finalmente scatta, può capitare che il testo si apra. E allora, davanti a quelle righe, non viene da chiedersi solo “come si traduce?”, ma “che adulto voglio diventare quando prendo la parola?”.
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