In estate il tempo rallenta e le chiacchiere si allungano. In quell’aria sospesa, la sanità torna nelle conversazioni vere: la visita per la mamma, il pronto soccorso che scoppia, il medico di base che va in pensione. E allora la domanda prende corpo: perché diamo così tanto spazio al privato quando il cuore dovrebbe stare nel pubblico?
Capita spesso così: chiami il CUP per una visita cardiologica. Risposta? “Tempi lunghi”. Poi ti propongono la stessa visita in una struttura privata accreditata, con il ticket e un piccolo extra. Settimana prossima. Non è una truffa, è il sistema. Ma è anche una fessura che, a forza di allargarsi, cambia la nostra idea di sanità pubblica.
A Milano lo si vede ogni giorno. In una regione che ha fatto della sussidiarietà un marchio, l’accreditamento ha permesso a tanti di curarsi bene. Però c’è una linea sottile tra integrazione e dipendenza. E a furia di spostare attività fuori dagli ospedali pubblici, gli ospedali pubblici perdono attrazione, personale, fiducia.
L’argomento divide. C’è chi dice: “Basta ideologia, contano i risultati”. Vero. Ma i risultati di chi? Se i tempi per una risonanza nel SSN superano spesso i limiti fissati dalla legge e quelli nel canale privato accreditato si accorciano di colpo, il cittadino non sceglie davvero: viene accompagnato.
Cosa dicono i numeri: 28,7 miliardi al privato accreditato
Negli atti contabili più recenti, la spesa per prestazioni acquistate da strutture private accreditate si aggira attorno ai 28,7 miliardi l’anno. È un ordine di grandezza coerente con i bilanci regionali e con i conti della sanità; può variare per anno e per voce inclusa. Non sono soldi “regalati”: sono pagamenti a tariffa per ricoveri, ambulatori, diagnostica. Ma restano una scelta politica, perché piani e tetti di attività li decide chi governa.
Nello stesso tempo, il pubblico soffre di carenze croniche: personale insufficiente, turni massacranti, pronto soccorso in affanno, territorio fragile. Ogni pensionamento non rimpiazzato si traduce in una fila più lunga. Ogni concorso che va deserto si traduce in un medico in meno di notte. Qui sta il punto centrale: possiamo tenere il privato come spalla, ma il baricentro va riportato sul pubblico “puro”, quello che non seleziona la casistica e non lascia indietro nessuno.
Tre mosse per rimettere al centro il pubblico
Persone prima delle mura. Sbloccare assunzioni stabili, rinnovare i contratti, premiare chi resta nei reparti più pesanti. Le liste d’attesa si abbattono con più agende, non solo con più macchine.
Territorio che regge. Medici di famiglia, case della comunità, infermieri di famiglia: senza questa rete, gli ospedali diventano trincee. L’assistenza domiciliare riduce rientri e sofferenze inutili.
Regole chiare e trasparenti. Pubblicare esiti, volumi, tempi di attesa per ogni struttura, pubblica e privata. Reaccreditare sulla base dei risultati di salute, non solo sui metri quadri. E investire in un CUP unico digitale che offra la prima agenda utile davvero, senza scorciatoie di canale.
Non si demonizza il privato: in molte città ha colmato buchi reali. Ma se il cittadino trova posto solo pagando di più, la promessa di equità si incrina. La politica che verrà – a Milano come a livello nazionale – ha una scelta semplice da fare e difficile da sostenere: rimettere soldi, persone e fiducia nel pubblico. Perché il giorno in cui toccherà a noi, non vorremo un favore. Vorremo una porta che si apre. E allora: in quale sala d’attesa vogliamo riconoscerci domani?
